Home Archivio L’economia creativa in quei luoghi nei quali occorre fare meglio e subito

L’economia creativa in quei luoghi nei quali occorre fare meglio e subito

238
SHARE

L’impiego dell’economia creativa come leva a supporto della crescita nelle aree in ritardo di sviluppo, non può prescindere da una circostanza di fondo: un qualunque contesto socio-economico che presenti un tasso di disoccupazione giovanile e femminile superiore alla media europea è, in primo luogo, un territorio affetto da perdita di capitale umano (brain drain) e in secondo luogo un’economia che non riesce a crescere. Laddove per brain drain si intende non solo la fisiologica migrazione di risorse qualificate verso luoghi considerati più attrattivi, ma la cruciale perdita di coloro che sarebbero in grado di far funzionare processi produttivi ed amministrativi ad elevato valore aggiunto.

“Fuga dei cervelli” significa anche: privazione di valore individuali e scomparsa di “enzimi” capaci di trasformare il potenziale proprio di ogni territorio in opportunità collettive. Il capitale umano qualificato, considerato singolarmente, è uno dei tasselli in grado di innescare occasioni sviluppo, in gruppo, costituisce il prerequisito affinché comparti dell’economia e della pubblica amministrazione possano positivamente contaminarsi, mediante la fertilizzazione reciproca. Solo il combinato disposto dello sforzo individuale e del miglioramento della macchina amministrativa, può condurre un territorio da una situazione di ritardo epocale ad una fase di evoluzione sistemica.

La perdita di capitale umano qualificato, nel senso di trasferimento fisico e di perdita “morale” di individui pregiati, oltre a minare le condizioni di fondo alla base di una possibile evoluzione, accresce il peso relativo della “tara” ovvero della mano d’opera con basso livello di scolarizzazione e di formazione sul capitale umano disponibile , connotando nella sostanza, oltre che nella forma, un territorio che, superati determinati livelli di degrado, rischia di diventare una no chanche area.

L’economia creativa consente di innescare inediti processi autorigenerativi, strutturali e sostenibili nel lungo termine. Esiste però un gap conclamato tra il potenziale latente ed i risultati ottenuti, in particolare in quei luoghi nei quali che necessiterebbero di una risposta forte, a causa della permanenza di fenomeni di brain drain qualificato.

Per raccogliere i risultati del potenziale rappresentato in ogni circostanza, occorre ripensare i processi decisionali e porre in essere un cambio di approccio. Un possibile framework, potrebbe partire da questi presupposti:

(1)    La creatività è un’attitudine, altamente contagiosa, capace di rigenerare luoghi e fungere da fattore propulsivo per sistemi economici di piccole e medie dimensioni. La disciplina ha, tuttavia, così tante declinazioni da rendere complessa una definizione univoca. Il modo migliore per verificarne il potenziale è pertanto promuovere la sperimentazione, in ogni sua forma e riscontrarne gli effetti.

(2)    La crescita va rilevata con strumenti di misurazione riconosciuti, ogni tentativo di negare il valore del PIL quale “termometro” dell’andamento di un’economia nasconde in sé la frustrazione di aver perso ogni chance di farcela. Esistono tuttavia strumenti nuovi, che contribuiscono a valutazioni non meno attendibili come gli indicatori della qualità della vita (BES[1]) che inducono ad una visione “laterale” e non sostitutiva del PIL.

(3)    Il coraggio è una componente essenziale per sperimentare nuove soluzioni in un’era nella quale stanno venendo meno molte certezze sui fondamentali dell’economia e sono sparite del tutto le idee su come innescare la crescita. Testare il potenziale dell’economia creativa e della social innovation, promuovere strategie di intervento più spinte e capillari è diventata una strada obbligata, non più un’opportunità. E ciò è tanto più vero in quelle aree a rischio definibili no chance, dove occorre rapidamente alzare l’asticella delle aspettative e puntare ad obiettivi plurimi da aggredire con strumenti del tutto nuovi, non innovativi.

L’impatto della crisi prolungata, come era prevedibile, nelle aree in ritardo di sviluppo ha prodotto effetti più evidenti, come: crescita di giovani e donne con serbatoi di ore non impiegati o impiegati in attività inidonee ad esprimere il loro potenziale, aree periferiche affette da desertificazione commerciale -batterio altamente contagioso e per il quale non vi è una cura efficace-, e, infine, degrado urbano che attecchisce prima in forma latente, con il rallentamento dei cicli di igiene urbana e poi conclamata con l’assenza totale di transito.

Capitale umano e rigenerazione urbana, è lì che occorre avere il coraggio di investire, puntando tutto sul valore e rinviando l’esame del reddito al raggiungimento di obiettivi anche minimi, purché chiaramente funzionali al superamento delle condizioni di degrado conclamato. Di quel tipo di degrado, talmente evidente, da giustificare misure straordinarie e l’adozione di strumenti anche non convenzionali.

[1] Benessere Equo e Sostenibile